Calcio - Mondiali

Dei, semidei, figure sottili

I Mondiali sono un archivio di miti, un atlante sentimentale che aggiorniamo ogni quattro anni senza mai archiviarlo davvero

  • 11 giugno, 15:00
  • 11 giugno, 18:50
Pelé e Maradona
  • Keystone
Di: Mat Cavadini 

Accade ogni quattro anni che il tempo, bestia riottosa, si incrini. Le giornate non scorrono più. I calendari si alleggeriscono e resta una sola unità di misura: i novanta minuti. In quell’intervallo sospeso, i Mondiali cessano di essere un torneo e si fanno teatro arcaico, favola mitica ripetuta fino a diventare verità. Il pallone, oggetto perfetto, diventa un piccolo astro: ci si ruota attorno, con devozione.

Ogni mitologia ha i suoi numi. Innanzitutto Pelé, così giovane da sembrare irreale, appare come una figura aurorale: promessa che non conosce fallimento, purezza che si traduce in gesto. Maradona gli succede con la gravità dei personaggi tragici: nelle sue gambe si raccoglie l’ambivalenza degli dèi antichi, capaci di miracolo e inganno nello stesso respiro. Il suo racconto è bifronte: luce assoluta e opacità, grazia e caduta. In quel celebre pomeriggio messicano del 1986, egli compendia un’intera ontologia del calcio: l’epifania del genio e la crepa dell’umano, nello spazio di pochi minuti.

Poi gli eroi intermedi, figure di passaggio che si caricano di un’intera nazione come si indossa una giacca destinata a restare nella memoria. Zidane nel 1998 ha il volto severo di una Francia che si riscrive plurale; Iniesta nel 2010 assomiglia a un pensiero ben formulato, un punto fermo in una frase lunghissima; Baggio nel 1994 è una malinconia che prende forma e resta sospesa sopra una traversa immaginaria, come certi versi non finiti.

E ogni Olimpo ha i suoi esiliati. Le squadre che non vincono e tuttavia persistono come ideale o i campioni che sfiorano il compimento senza possederlo mai del tutto. Accanto a Cruijff e all’Olanda del ’74 (che restano l’esempio più limpido di un’idea che supera il risultato) c’è Puskás e l’Ungheria del ’54, travolti proprio all’ultimo passo, trasformando l’invincibilità in nostalgia. E ancora, Eusébio nel ’66, le lacrime nel tunnel come una perfetta immagine simbolica. E poi le traiettorie più recenti ‒ Forlán nel 2010, eroe solitario di un racconto senza coppa, o Messi prima del 2022, sospeso per anni in una consacrazione sempre rimandata ‒ abitano questa zona di frontiera, dove il mito si nutre di mancanza. Sono presenze che continuano a vibrare come una corda non smorzata: perché, in fondo, ciò che non si compie del tutto è spesso ciò che resta più a lungo. Del resto, il Mondiale è una macchina sofisticata di rimpianto.

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E poi ci sono figure più sottili, quasi laterali, che non occupano il centro della scena. Alain Sutter appartiene a questa geografia discreta: non un dio, ma un interprete della misura, un giocatore che pareva abitare il campo come si abita un pensiero. Nel 1994, con la Svizzera che tornava a inscriversi sulla mappa dopo decenni di assenza, Sutter dava forma a un’idea di calcio fatta di precisione e intelligenza. I suoi movimenti erano linee che collegavano punti lontani, pause necessarie in una sintassi più ampia. In un torneo che spesso premia l’eccesso, egli rimane come una figura di equilibrio, quasi un controcanto.

In questo scenario, il dribbling non è solo tecnica, ma rivelazione che sospende il giudizio. Garrincha procede per deviazioni, come certa poesia modernista; Ronaldo nel 2002 è una linea pura che attraversa il caos; Richarlison, molti anni dopo, si libra in un movimento che ha qualcosa della calligrafia orientale, un segno tracciato nell’aria prima di dissolversi.

Intorno, l’apparato simbolico lavora in silenzio. Le maglie sono araldi cromatici, stemmi che condensano geografie e nostalgie: il giallo brasiliano come promessa di gioia, il celeste argentino come antefatto di malinconia, il rosso svizzero come speranza indomita, con la croce bianca che aderisce intatta. Gli inni accompagnano la scena: consacrano. Entrano nella memoria collettiva come ritornelli di una comunità temporanea. Le mascotte, i loghi, perfino le tipografie: ogni dettaglio concorre a edificare una mitologia portatile, riproducibile all’infinito.

E poi c’è il coro, come per ogni tragedia classica. Le piazze illuminate dai maxischermi, i bar con le sedie rivolte verso un altare televisivo, le case in cui si tramandano superstizioni come si tramandano i nomi: luoghi minori che diventano centri del mondo. Il tifo è una liturgia laica, una grammatica condivisa di gesti e silenzi. Si impara dove trattenere il respiro e dove liberarlo.

I Mondiali sono un archivio di miti, un atlante sentimentale che aggiorniamo ogni quattro anni senza mai archiviarlo davvero. Perché, in fondo, ciò che ricordiamo è un’atmosfera, uno squarcio del tempo che somiglia all’eternità.

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